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Basilica dei SS Cosma e Damiano.
Un po’ di storia.

La basilica dei santi Cosma e Damiano è immersa nel complesso archeologico dei Fori. Uno dei suoi fronti, quello cui oggi corrisponde l’ingresso, pur con le aggiunte posteriori e l’innalzamento della quota a livello dei Fori Imperiali, conserva nella parte sinistra l’antica parete in laterizio su cui era esposta la Forma Urbis Roma, pianta marmorea della città, che copriva una superficie di circa 250 mq, fatta apporre da Settimio Severo negli anni 205-208 e della quale sono stati ritrovati dei frammenti preziosi per la conoscenza della topografia antica della città.
L’ambiente, adibito a biblioteca e già parte del Forum Pacis o Foro di Vespasiano, era stato ristrutturato da Settimio Severo dopo un incendio e in parte trasformato in aula delle udienze del Praefectus Urbis.
Per secoli l’accesso all’edificio fu posto lungo la via Sacra nel Foro. Proprio per permettere alla facciata di allinearsi ai vicini edifici monumentali formando una quinta grandiosa lungo la via, asse di collegamento tra Colosseo e il Campidoglio, verso il 309 venne accorpato all’aula rettangolare della Bibliotheca Pacis, con asse leggermente ruotato, un edificio circolare con cupola a facciata concava. Il fronte era scenografico con nicchie e statue, introdotto da un’esedra con quattro colonne di porfido, monolitiche e a capitello corinzio, di cui due sono ancora in situ ai lati dell’antica porta in bronzo dotata di serratura tuttora funzionante.
D’altra parte la grandiosità era d’obbligo in quello che fu centro civile e religioso di Roma antica, dalle sue origini fino alla caduta dell’Impero. Anche il toponimo rispecchia l’importanza e l’eccezionalità del luogo: via Sacra. Se è vero che non fu l’unico episodio di riuso cristiano di architettura romana classica – abbiamo citato la basilica imperiale convertita in cappella palatina a santa Croce in Gerusalemme – rimane tuttavia un’esperienza particolare in rapporto al luogo, allora considerato simbolo dell’Urbis.
Quando, a due secoli dall’editto di Costantino, nel 526, Felice IV trasformò la biblioteca imperiale, che gli era stata concessa da Amalasunta, in edificio di culto, le chiese o basiliche cristiane erano ormai diffuse nella città, con una tipologia edilizia autonoma, ma sempre all’esterno del centro.
Dunque la riconversione in chiesa di un edificio e di un luogo fortemente rappresentativi della tradizione civile e pagana della città, si configura come la prima affermazione della religione cristiana nei Fori, da intendere urbanisticamente come ultimo baluardo del potere senatorio, che si era mantenuto ostile alle novità predicate dal Vangelo. L’acquisizione a Cristo del tempio situato a pochi metri da quello dedicato a Venere e Roma (città deificata), ci spinge ad alcune riflessioni sulla nostra discendenza dalla comunità formatasi intorno a Pietro nella capitale del mondo allora conosciuto.
Il cristianesimo, divenuto religione ufficiale ed ormai inserito in tutti i gangli della vita dell’impero, era, a sua volta permeato delle plurisecolari arte e cultura del mondo romano, allora esteso su un vasto territorio.
SS_Cosma_Damiano_02Per un popolo che si era abituato ad appellare l’imperatore con il titolo di dominus (signore, padrone, detentore di un potere assoluto) e non solo con il princeps (primo, il più potente) come per i primi imperatori, fu facile traslare titoli ed onori in campo spirituale a “Dio seduto sul trono” (Ap 7,12) e a “Gesù Cristo, principe dei re della terra” (Ap 1,5). Colui che si era definito il Signore fu analogamente denominato dominus Christus. Allo stesso modo, nell’architettura religiosa, comparvero elementi specifici dell’arte celebrativa imperiale. Nacquero le basiliche absidate come nel corrispettivo dell’aula delle udienze dove il trono era posto al centro del semicerchio, si fece ricorso all’arco trionfale di antica memoria per indicare enfaticamente il passaggio al presbiterio dove era l’altare e dove, nelle chiesi sedi vescovili, era collocata la cattedra (cathedra) del vicario di Cristo Maestro. Anche il termine soglio pontificio ha origine dal latino solium = trono.
Alle origini del cristianesimo, spesso segnato a Roma da persecuzioni, i cristiani sentivano prioritaria la necessità di testimoniare l’unico e vero Dio cui solo tributare venerazione; l’arte figurativa e le iscrizioni si configuravano dunque come professioni di fede, più o meno esplicite e simboliche.
Più tardi, con la decadenza e poi la caduta dell’impero, quando non era più necessario affermare che unico Onnipotente cui tributare gloria, onore e potenza è Dio, nello sfacelo politico, civile e morale dell’impero, diventa naturale per ogni credente guardare alla Gerusalemme celeste come alla propria patria, al vero luogo della gloria e manifestare che “la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10).
La composizione artistica privilegia allora il messaggio escatologico ed il mosaico absidale di questa basilica ne è uno splendido esempio. Datato 527-630 d.C., all’epoca della dedicazione cristiana della basilica, è opera di scuola romana, differentemente dal mosaico dell’arco frontale su fondo oro più interessato da influenze bizantine.
Il riferimento all’arte imperiale tardo-romana è riscontrabile soprattutto nello stile e nella grandiosità della decorazione musiva, anche se i lavori secenteschi l’hanno purtroppo schiacciata con l’innalzamento del pavimento e ne hanno ridotto la visibilità con un arco di sostegno all’arco trionfale, di cui non si conosce la reale validità statica. Un altro aspetto da cui traspare la tradizione stilistica romana è quello coloristico: colori intensi, come il blu cobalto, il rosso, l’arancio, l’azzurro.
Le figure, con le loro volumetrie emergenti, i volti espressivi, i lineamenti decisi, esaltano la forza realistica dell’immagine secondo i canoni dell’arte tardo-romana e la scena, pur riferita ad una verità escatologica, appare ambientata perfettamente nello spazio e nel tempo. Anche il particolare delle vesti ci riporta nella Roma imperiale: sia Gesù Cristo al centro, che gli apostoli Pietro e Paolo e ancora Cosma e Damiano ai lati, portano gli abiti della classe patrizia e senatoria.
La veste, che denota un’appartenenza civile e sociale, sembra esprimere una dignità speciale di cui i personaggi godranno anche nel mondo nuovo, nella nuova Roma.
La lettera tau sui lembi delle toghe del Salvatore e di san Paolo (quella di san Pietro risulta coperta da san Cosma), presenta i due santi patroni della chiesa di Roma come iscritti tra i salvati secondo la profezia di Ezechiele, marchiati dal sigillo di Cristo. Sono loro a voler introdurre presso Cristo giudice i due santi medici, che con le mani velate portano le corone del martirio per essere incoronati. I volti dei due fratelli, come quelli di Cristo, tradiscono le origini orientali, ma l’abito è sempre quello togato. Ci ritorna in mente l’unzione ricevuta nel Battesimo che ci unisce a Cristo nella vocazione regale, profetica e sacerdotale; anche a noi Cristo prepara un posto presso di Lui, per partecipare alla sua gloria. Così lo ha predisposto per i due fratelli, che hanno vissuto cristianamente la loro professione medica e perciò sono raffigurati con al braccio la borsa degli strumenti medici.
SS_Cosma_Damiano_03SS_Cosma_Damiano_04Dopo aver studiato medicina in alcune famose scuole mediche d’Oriente, tornarono nella loro città natale, in Cilicia, dove si adoperarono con successo per curare la salute del corpo e annunciare Cristo, unico Salvatore. Con spirito fraterno prestavano il loro servizio gratuito ai poveri.
Spesso il potere taumaturgico, concesso da Dio, veniva in aiuto alla loro scienza operando guarigioni miracolose, che avevano il valore prezioso di testimoniare il Dio di Gesù Cristo, aprendo la strada alla Sua sequela. Nel 592 Gregorio Magno fece traslare, da Ciro (Siria), in questa basilica i corpi martirizzati nel 303 d.C.
Ai bordi laterali del mosaico, un po’ nascoste, sono ancora due figure: a destra S. Teodoro con le vesti del dignitario bizantino e la corona del martirio tesa verso Cristo; a sinistra papa Felice IV nell’atto di offrire la chiesa al Signore.
La tecnica delle maestranze, particolarmente raffinata, consentiva, attraverso la scelta di tessere di materiale e grandezza diverse e la loro inclinazione variabile, una resa pittorica e plastica eccezionale. Più convenzionale e statica è la composizione dell’arco trionfale, eseguita sotto papa Sergio I, alla fine del VII secolo. I simboli apocalittici, immersi nel fondo oro, si presentano come pura astrazione simbolica. Al centro, in un clipeo azzurro, su trono gemmato, figura l’agnello mistico; ai suoi piedi è il rotolo con i sette sigilli. Ai lati i sette candelabri che sono il simbolo delle sette chiese, quattro angeli sul mare di nubi infuocate e i simboli degli evangelisti Luca e Giovanni. I simboli di Marco e Matteo non sono più visibili dopo la costruzione delle due cappelle barocche, nell’ambito dei lavori di sistemazione voluti da Urbano VIII Barberini.
I lavori, intrapresi intorno al 1630 e sollecitati dai frati del Terz’Ordine Regolare che hanno in cura la chiesa dal 1512, diretti dall’architetto Arrigucci, hanno modificato le proporzioni della basilica, originariamente a navata unica. Infatti, l’ambiente è stato tagliato in due dal forte innalzamento del pavimento e rimpicciolito dalle cappelle laterali.
Altra opera secentesca è l’altare maggiore, dove si conserva l’icona del XIII secolo della Madonna della Salute. L’appellativo è da mettere in relazione alla dedicazione della chiesa ai fratelli medici, spes certa salutis.

a cura di Antonella Tommasello, ofs


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